Ben 800.000 donne, con l'arrivo di un figlio, sono state costrette a lasciare il lavoro, perche' licenziate o messe nelle condizioni di doversi dimettere. Un fenomeno che colpisce piu' le giovani generazioni rispetto alle vecchie e che appare particolarmente critico nel mezzogiorno, dove ''pressoche' la totalita' delle interruzioni puo' ricondursi alle dimissioni forzate''. L'allarme sulla difficile condizione delle donne e il mercato del lavoro e' contenuta nel rapporto annuale dell'Istat 'La situazione del paese nel 2010'.
Si tratta dell'8,7% delle madri che lavorano o hanno lavorato in passato e che sono state costrette dalle aziende a lasciare il lavoro, magari firmando al momento dell'assunzione delle 'dimissioni in bianco'. A subire più spesso questo trattamento, si legge nel rapporto, non sono le donne delle generazioni più anziane ma le più giovani, 6,8% contro 13,1%, le residenti nel Mezzogiorno (10,5%) e le donne con titoli di studio basso (10,4%). Una volta lascito il lavoro solo il 40,7% ha poi ripreso l'attività, con delle forti differenze nel paese: su 100 donne licenziate o indotte a dimettersi riprendono al lavorare 15 nel Nord e 23 nel Sud.
E come se non bastasse.... L'occupazione femminile rimane stabile nel 2010, ma peggiora la qualita' del lavoro e rimane la disparita' salariale rispetto ai colleghi uomini (-20%). Cresce inoltre i part time involontario e aumentano le donne sovraistriute. L'occupazione qualificata, tecnica e operaia, secondo quanto si legge e' scesa di 170 mila unita', mentre e' aumentata soprattutto quella non qualificata (+108 mila unita'). Si tratta soprattutto di ''italiane impiegate nei servizi di pulizia a imprese ed enti e di collaboratrici domestiche e assistenti familiari straniere''.
Ma chissà perchè ci si ostina a titolare "donne sull'orlo di una crisi di nervi"!!! Però le donne tornano in piazza , con nervi o senza nervi. Leggete qui: Tutto esaurito per la regista Comencini ieri sera al teatro Stimate dove è stato proiettato «Libere». Dopo il successo del 13 febbraio, il comitato «Se non ora quando?» invia a Napolitano una petizione per proteggere il lavoro femminile. La regista Comencini ha spiegato «Credo che il 13 febbraio sia stato un primo grande risultato, organizzato attraverso la Rete ma soprattutto sentito da tantissime donne come gesto necessario», ha spiegato la regista. «Oggi esistono 100 comitati "Se non ora quando?" in Italia. I temi delle prossime campagne sono due: la grande difficoltà della donna nel mondo del lavoro, e la strozzatura tra impiego e maternità e poi la rappresentazione femminile che oggi viene data e che ci umilia».
Invece a noi sull'orlo di una crisi di nervi sembrano altri. Battibecco in Aula alla Camera tra Giorgio Stracquadanio e la vicepresidente di turno dell'Assemblea di Montecitorio Rosy Bindi nel corso della discussione generale sul testo sull'omofobia. Il deputato del Pdl ha espresso la contrarietà a una legge "ideologica ghettizzante e violenta nei suoi esiti" perché "se facciamo una casistica" delle vittime di discriminazione "discriminiamo a nostra volta. Ciascuno è uguale di fronte alla legge e la libertà di ognuno va difesa".
Secondo Stracquadanio, infatti, le aggressioni ai gay sono sullo stesso piano di quelle subite "in questi giorni di campagna elettorale dalle nostre donne che vengono additate come 'puttane' e che sono state additate come 'puttane' da manifestazioni intere". Il riferimento del deputato è al movimento 'Se non ora quando' e la parola 'puttane' viene ripetuta più volte in Aula tanto che Bindi lo riprende: "Siccome la parola l'abbiamo capita può usarla una volta in meno...". Pronta la replica di Stracquadanio: "La realtà brucia...". E Bindi di nuovo, togliendo la parola al deputato: "Non glielo consento. Il suo tempo è terminato, avrebbe potuto risparmiarlo anziché fare commenti impropri sulla Presidenza...".
Della serie : sono più bella che intelligente. Firmato Marela.
Un cantautore più o meno amato (Vinicio Capossela) in una intervista rilasciata a Radio Deejay conclude questo detto cosi: "Il mattino ha l'oro in bocca, solo che a volte tiene la bocca chiusa". Questa frase mi ha fatto fare un giro mentale non indifferente, un altro detto antico ha catturato l'attenzione: il silenzio è d'oro. E come avrebbe riflesso quell'oro se nell'Italia attuale nella fase pre e post elettorale qualcuno avesse tenuto la bocca chiusa. Invece non è successo e in tal caso non solo il silenzio brillerà d'oro ma anche il lieve vento di rivoluzione che si sta abbattendo su questa nostra Signora Italia. Ma questa è un altra storia.
E io vi voglio narrare di un altro silenzio. L'opera, o meglio la performance di questa artista Marina Abramovic, presentata al MoMa lo scorso anno, si intitolava The Artist is Present , e riguardava appunto il silenzio.
Marina Abramovic, è una delle artiste piu famose della corrente della performing art. Nasce a Belgrado, Repubblica di Jugoslavia nel 1946, studia all'Accademia di Belle Arti di Belgrado. Nel 1976 iniziano la relazione e la collaborazione con un altro artista, Ulay, nato peraltro nel suo stesso giorno. Dopo dodici anni di relazione, hanno deciso di interrompere il loro rapporto con una camminata lungo la Grande Muraglia Cinese. Lui iniziò a camminare dal deserto di Gobi, Marina dal Mar Giallo. Dopo una camminata di duemila e cinquecento chilometri si sono incontrati e si sono detti addio:"È stato un momento molto doloroso della mia vita. Dopo il quale ho avuto una crisi molto forte sia come artista sia come donna. Ma un artista lavora sempre con le sue tragedie, la sua pena. In un certo senso, abbiamo bisogno della drammaticità per fare progetti ".
L'Abramovic fin dagli arbori della sua vita artistica ha fatto del corpo l'oggetto principale di tutte le sue performance mettendo in gioco e indagando i confini estremi della resistenza fisica e psicologica. Come nella famosa performance di Napoli del 1974 -Rhythm 0- l'artista si pone in una condizione di totale dipendenza nelle mani dei visitatori della mostra, un tavolo viene allestito con oggetti di piacere e di dolore con i quali l'artista può venire provocata senza che possa reagire in nessun modo.
Le opere che mette in scena puntano a investigare le potenzialità ed i limiti della sopportazione: il corpo è l'oggetto e il soggetto della sua ricerca, usato come strumento per veicolare un messaggio al pubblico, per comunicare ed assorbire energia. Il corpo dell'artista dunque come metafora e simbolo di realtà e valori diverse.
L'arte, per la Abramovic, non è bellezza, ma interrogazione, richiesta di attenzione. In un'intervista ha sottolineato non a caso la propria sintonia con Manzoni: "Credo che l'artista debba essere un disturbatore e noi dobbiamo interrogare la bellezza. Piero Manzoni ha detto: Non mi interessa che la mia arte sia bella o brutta. Deve essere vera. È così".
La sua attività non è solo legata al corpo ma risente dei mutamenti sociali e politici che la circondano. Soprattutto la guerra nell'ex Jugoslavia, sua terra d'origine. Tale fu il suo trasporto durante la messa in scena di questa performance che le comportò la vittoria del Leone d'oro alla XLVII Biennale di Venezia. Quest'opera si intitola : Balkan Baroque . In questa performance l'Abramovic siede sopra una montagna di carcasse di mucca, e per sei giorni pulisce e scarnifica, fino a renderne le ossa bianche e linde. A dimostrazione dell'atrocità della guerra, della sua terra, dove le popolazioni sono diventate carne da macello.
Un altra celebre opera, realizzata però assieme al compagno Ulay è Imponderabilia. In quest'opera all'ingresso della sala, dove sono esposte delle opere, ci sono uno di fronte all'altro, l'artista e il compagno. Nudi. Lo spettatore dovrà passare attraverso i due corpi nudi, scegliendo il sesso verso il quale girarsi per poter passare.
Ormai vi sarete chiesti come mai, abbia iniziato l'articolo con il silenzio e concludendo parlando di un'opera dove due persone, di sesso opposto sono nudi l'uno di fronte l'altro e di frotne l'umanità. Semplice il silenzio c'è anche in mezzo alle parole. Tante parole utilizzate per poi non avere nulla da dire,dove il silenzio poteva essere più eloquente di altro. Perchè in silenzio ci si pone nudi, occhi negli occhi e si legge nell'altro. In silenzio. Si accetta anche la sconfitta.
Questi sono i premi che quest'artista ha vinto con la sua arte, li cito nell'eventualità in cui ci si chieda ok ma è veramente famosa? E in taluni casi, solo dei premi sono la miglior risposta a domande cosi sciocche.
Leone d'oro, XLVII Biennale di Venezia, 1997
Niedersächsischer Kunstpreis, 2003
New York Dance and Performance Award (The Bessies), 2003
International Association of Art Critics, Best Show in a Commercial Gallery Award, 2003
Ora uno potrebbe dire: Piccole Donne? Quella melensa storia di quattro sorelle dell'Ottocento, dei loro palpiti amorosi, delle loro banali vicende familiari?
Ebbene sì!
L'Eva che qui scrive di libri è cresciuta con le storie di Meg, Jo, Beth e Amy, ha sognato di vivere le loro avventure, ha desiderato la loro vita.
Quando, alla soglia dei suoi 50 anni, ha ripreso in mano l'opera, nella bella edizione annotata di Einaudi, è rimasta sorpresa dalla freschezza e dalla attualità del messaggio, che non ha per niente perso smalto nonostante il secolo e più che è trascorso dalla prima pubblicazione.
I quattro volumi che compongono la serie raccontano l'evoluzione dei personaggi femminili principali e le vite parallele di quelli di contorno.
Ognuna delle quattro sorelle ha una sua personalità ben descritta dall'autrice e chi legge troverà senz'altro affinità particolari con ognuna di loro.
Chi scrive aveva un debole per Jo, una vera donna libera, che fa scelte indipendenti e spesso controcorrente, ribellandosi agli stereotipi del suo tempo.
Jo lavora per mantenere se stessa e aiutare la famiglia, scrive libri, va in città da sola a contrattare con le case editrici, viaggia, si innamora e infine dedica la sua vita all'educazione di ragazzi svantaggiati: non è un modello perfetto da riproporre anche oggi?
I suoi valori sono saldi e guidano le sue scelte: Jo sbaglia spesso, si corregge, si pente e si arrovella ed è per questo che è straordinariamente simpatica. Non avremmo sopportato una donna perfetta, anche se solamente nella finzione letteraria.
Una lettura da consigliare, quindi, alle piccole e alle grandi donne di ogni età
I quattro libri delle piccole donne, di Louise May Alcott - Einaudi, 19 euro.
Quando eravamo molto più giovani - cioè troppo tempo fa - leggevamo tanta ma tanta fantascienza: divoravamo quei libretti bianchi della Mondadori, all'epoca ancora in mano alla famiglia fondatrice, che uscivano ogni quindici giorni; per la nostra gioia, per un (breve) periodo uscirono addirittura una volta a settimana.
Adesso, che dire, non ci entusiasma più.
Però notizie come questa non mancano di attirare la nostra attenzione, e ci è venuta voglia di fare un gioco.
Il gioco di immaginare una astronave (Mayflower II) con dentro qualche Eva e qualche Adamo chiusi nei sarcofagi di animazione sospesa e in viaggio a velocità subluce (299.999 chilometri al secondo, noi Einstein lo rispettiamo) verso questo pianeta tutto nuovo, avanguardia di una umanità che ormai ha distrutto un pianeta e ne cerca un altro. Sembra troppo Alien o 2001? Tranquilli, a bordo non arriva alcun mostro affamato, ed il computer non va fuori di zucca.
L'astronave arriva e non si guasta: le Eve gli Adami non restano bloccati lì e hanno anche tutta la tecnologia che serve loro, senza essere costretti a tornare all'epoca dei cacciatori/raccoglitori per sopravvivere.
Il gioco è diverso: provare ad immaginare che tipo di società si potrà costruire su di un altro pianeta, sperando che sia più rispettosa delle differenze di genere ed anche delle ambiente. Insomma, quale mondo e quale abbozzo di società i nostri genitori pellegrini potrebbero far trovare a tutti quelli che dovranno raggiungerli con viaggi molto più lunghi e più lenti.