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14 settembre 2011

Dimmi la canzone… - Quasi Rock'n'Roses

Post di rientro dalle ferie (lo so che sono ormai finite da un pezzo, ma concedetemi la licenza poetica), e l’Ospite di Eva che scrive si deve ancora riprendere dalla consapevolezza che le prossime vacanze ci saranno a Natale. 

E allora, tema libero, oggi, vale a dire “La canzone…” e completate come vi pare. 

Intanto comincio io. 

7 luglio 2011

Rock 'n' Roses - La quinta storia

(C) MaMarijana
Care amiche ed amici Evisti, oggi nessun articolo tradizionale, ma un gioco. 
Il tema è la luna, l’oggetto le canzoni. 
Andiamo a cominciare… 

24 giugno 2011

Rock 'n' Roses - La quarta storia

Esistono due fasi della vita di Marianne Faithfull: in una la vediamo interpretare una dignitosissima proletaria inglese, che a causa di un serio problema familiare accetta di lavorare in un’attività che definire particolare è decisamente eufemistico. 

Il film è Irina Palm, se siete curiosi di vedere qual è quest’attività, leggetevi la trama su wikipedia o vedetevi il film. 

Io rovinarvi la sorpresa non ho voglia.

9 giugno 2011

Rock 'n' Roses - La terza storia

La sequenza è onirica, come l’inizio della canzone; si sovrappongono differenti tracce audio: elicotteri, musica, una voce.
Saigon. Cazzo. Sono ancora soltanto a Saigon.

Immagini. Soldato sul letto. Soldato che si ferisce una mano tirando un pugno contro una vetrata. 

La musica. The end dei Doors. 

31 maggio 2011

Rock 'n' Roses - La seconda storia

Non era una ragazza come le altre. Anche in quel tempo e in quel luogo: gli anni ’60 e la Factory di Andy Warhol, in cui non essere come gli altri era il requisito minimo per entrare. 

Di origine tedesca, nata nella Germania occupata dai nazisti (il padre morì in un campo di concentramento), il suo vero nome era Christa Päffgen. 
Il nome Nico le fu dato dal fotografo Herbert Tobias come tributo a un suo ex-amante, il regista Nico Patapakis. 

Prima cosa era bella, diafana, di una solarità oscura, Joan Baez cantata da Tom Waits. 
A dare un riflesso cupo alla sua bellezza era sia la voce, roca e sensuale, di un inglese con accento europeo, sia il fatto che era la cantante dei Velvet Underground. 

26 maggio 2011

Rock 'n' Roses - La prima storia

New York. Gli anni ‘60. La Factory. Andy Wharol. Vi siete fatti un’idea. I newyorchesi dicono di se stessi che, comunque, sono di più: più rapidi, più veloci, più cattivi, più scortesi, se tu dici di saper fare una cosa, loro l’hanno fatta prima, se arrivi a New York ti dicono che, comunque, loro sono arrivati prima e che se tu ci sei, devi meritare di starci. L’opposto dei romani, insomma, che “e mica è mia Roma!” . 

Gli anni ‘60, dicevamo. Sulla costa occidentale scoppia la Summer of Love; a Berkeley e San Francisco in primis era tutto peace & love, fiori e amore; a New York, no. A New York, ad esclusione dell’isola Greenwich Village, erano impermeabili agli hippies. A New York ci vedevano lungo. 

La Factory. Un mondo in cui, da lì a poco, la riproduzione di un barattolo di zuppa sarebbe divenuta un’opera d’arte, dove si sarebbe rappresentata la dissoluzione dell’essenza a vantaggio della vuota apparenza in una successione di otto immagini in policromia. Un posto dove bazzicava strana gente, vampiri, che si nutrivano a volte l’uno del successo dell’altro. 

E veniamo alle persone di cui stiamo parlando: un gruppo che prese il nome da libro-indagine sul sadomasochismo composto dal giornalista Michael Leigh, un gruppo che scrisse una canzone sull’eroina, una sugli spacciatori, una su una venere in pelliccia e che, per sempre, rese immortale la gente dei lati più brutti delle città, quella dei lati più selvaggi. I Velvet Underground. 

Sul disco dei Velvet con la copertina di Warhol (quello della banana), fu detta una delle frasi slogan del rock, forse la disse David Byrne dei Talking Heads (che poi avrebbero illuminato di luce fredda gli anni ‘80 degli yuppies, ma questa è un’altra storia):