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10 giugno 2011

CSI m.d. Lost In Wisteria Lane - Ultimo imperdibile episodio

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Cinque anni dopo, ma anche tre giorni prima, o un periodo a caso.
Mary Alice’s voice off [la camera si muove con carrellata dall’alto verso il basso e poi segue il percorso della strada principale]:
A Wisteria Lane ha piovuto una sola volta. Nevica a Natale, qualche volta passa un tornado, ma per il resto dell’anno il tempo è sempre bello, soleggiato e temperato. Non c’è ragione perché oggi sia diverso.Le mie amiche sono di nuovo riunite per la partita settimanale di poker, mentre altrove, nel deserto, un uomo e una donna cercano di dar voce alle vittime, e un medico lotta perché di vittime, del caso, ve ne siano sempre di meno. Dall’altra parte del mondo, una giovane donna continua a dimostrare al suo anziano compagno che la vita è un’esperienza straordinaria.
Tutti ricordano il giorno dell’orso bianco, ma nessuno vuole pensarci. Forse, se lo facessero, potrebbero prevedere quanto sta per succedere. O forse no. Nessuno può immaginare che oggi sarà diverso.

Una fumosa nube nera si scaglia con violenza lungo le strade di Wisteria Lane.

La gente esce di casa urlando in preda al terrore.

Il caos imperversa ovunque.

Gli investigatori e i medici assistono alla scena dagli schermi dei televisori.

È Catherine la prima a capire cosa sta succedendo: - Guardate, è Bree Van de Kamp Hodge Van de Kamp!

Bree è immobile in mezzo alla strada. Lo sguardo fiero, il tailleur perfettamente stirato. Accanto a lei, Lynnette e Gabrielle si tengono per mano, guardando nella sua stessa direzione.

- Che donna! Che donna! – esclama House fra una manciata di popcorn e l’altra. La Cuddy e Cameron corrono a prendere appuntamento con il parrucchiere per tinta e messa in piega.

Per un attimo il tempo sembra fermarsi, mentre Bree estrae l’arma con cui ha deciso di affrontare il mostro di fumo. Susan piange e saltella istericamente dietro la finestra.

- Questa è Wisteria Lane. Questa è casa nostra. Tu. Non. Passeraiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii.

Bree aziona il nuovissimo super-aspirapolvere ultra, brevetto della NASA. Con un urlo terrificante, la nube scompare nel tubo.

E, finalmente, è di nuovo notte a Wisteria Lane.

Medici e investigatori hanno raggiunto i Wisteriani per celebrare degnamente il coraggio di quella donna straordinaria.

La camera arriva in carrellata dall’altro, a mostrare i volti sorridenti, i brindisi, gli abbracci di amici vecchi e nuovi. A poco a poco, la gente dell’orso si ritrova e, mentre la camera si allontana di nuovo verso l’alto, sullo sfondo passano Jack, Kate, Sawyer e Sayid, saltellando su un piede solo e sventolando le mani da destra a sinistra, da sinistra a destra, alto in basso, basso in alto, fate volteggiare la vostra dama e si ricomincia! I quattro escono dall’inquadratura.



3 giugno 2011

CSI m.d. Lost In Wisteria Lane - parte penultima

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L’equipe medica accorre intorno al capezzale, tutti si agitano, si muovono, gridano frasi sconnesse, mentre gli abitanti di Wisteria Lane si ritrovano nella sala d’aspetto con la telecamera che li carrella da lontano e una triste musica di sottofondo.
- Troppo tardi, non c’è più nulla da fare – dichiara House giocherellando con una pallina da baseball. – Caso incurabile di “Mancatoaccordusconproduttoris”.
- Basta! Io non posso più tollerare l’orrore quotidiano di questo lavoro. Mi dispiace, lascio. – E Sara se ne va dalla stanza, con le lacrime che le solcano il volto mentre gli sceneggiatori mandano in dissolvenza incrociata un po’ di materiale avanzato dalla sala di montaggio.
Grissom, l’uomo che l’ama, e che con lei è tornato a vivere i propri sentimenti e la propria umanità, devastato dal dolore della perdita siede discosto da tutti, a un tavolo d’angolo, intento a giocare a scarabeo con Hodge (avendolo scambiato per Hodges).
- Non possiamo lasciare che quanto appena accaduto ci distolga dalla nostra ricerca della verità, è il nostro compito, il nostro lavoro, il nostro scopo – dice Catherine, improvvisamente più giovane di cinque anni.
- Mi dispiace, miss, ma arriva un momento nella vita in cui nessuna giustizia può sostituire la propria – sorride Bree impugnando un lucidissimo Kalashnikov che ha appena estratto dalla borsetta. – Andiamo, Orson.

27 maggio 2011

CSI m.d. Lost In Wisteria Lane - parte quarta

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– Abbiamo informazioni sullo stato della signora Britt? È in grado di rispondere a qualche domanda? – chiede Grissom cui è improvvisamente comparso in testa un cappello di paglia.
– Sì, papà. L’abbiamo sottoposta a tutti gli esami di routine e, a parte un rush sulla schiena, non le abbiamo riscontrato altri sintomi. Per cui la nostra diagnosi differenziata, ottenuta aprendo a caso l’enciclopedia medica, è che la paziente abbia il lupus. Oppure è svenuta per lo shock dopo aver trovato un orso bianco nel salotto di casa.
– Oh, ma, dottore, lei è davvero un genio! La sua fama di diagnosta è più che meritata! – dice in un profluvio di ciglia sventolate la casta e morigerata Catherine, che annuserebbe un buon partito anche alla riunione nazionale dei veterani del Vietnam.
– E lei è inutile che finga di essere incinta solo per tenere nascosta la gravidanza di sua figlia e poter poi allevare il neonato come fosse suo, chiaro? – l’ultima battuta è rivolta a Bree, che sta entrando in quel momento al braccio di Orson portando un veloce rinfresco.
– Ma… veramente… io…
– Per piacere, mi risparmi la solita solfa sul bisogno profondo di dare un senso all’autunno della vita! Voialtre donne di mezza età che rifiutate il naturale scorrere del tempo e vi ostinate a coltivare le speranze e l’illusione che mantenere in vita la razza umana sia cosa buona e giusta. L’umanità fa schifo, tutto fa schifo, io sono cinico, antipatico e politically uncorrect. Cicca Cicca Bum!
– La sua ultima affermazione è fuori da ogni possibile dubbio, dottore. Io intendevo semplicemente ricordarle che non fingerò di essere incinta prima della quarta stagione, perciò sarebbe opportuno che lei evitasse di spargere spoiler gratuiti rovinandomi anche il colpo di scena, e si decidesse ad accompagnarci dalla nostra cara Edie.
Nel pronunciare queste parole, Bree sorride.
E anche Orson.
Tutti capiscono.
Aiutati anche dalle fiamme e dall’odore di zolfo che si sprigionano alle spalle dei due coniugi.
Catherine e la Cuddy si gettano in adorazione ai piedi di Bree: – Nostra signora e maestra!
House si innamora istantaneamente di lei. Grissom non si accorge di niente.
Susan inciampa.
Rimpinzandosi di Vicodin (e guardato con aperta invidia da Warrick), House conduce tutti gli astanti nella camera di Edie.

FADE IN

24 maggio 2011

Ferite dal silenzio - Fine

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Il giorno della cerimonia è arrivato. Efia e Zakiya camminano in un corridoio di persone festanti che si congratulano con loro. Indossano abiti da sposa e si tengono per mano.
  Sono terrorizzate. I complimenti e gli auguri, urlati sopra le teste della folla, sembrano minacce. Si guardano attorno. Gli abitanti del villaggio adesso fanno paura; fanno paura perché sono tanti e perché urlano. Sono tutti felici che si compia la cerimonia; tutti tranne loro due.
  Arrivano davanti alla tenda di Ige. Efia trema. Zakiya le stringe più forte la mano. Il fatto che la sua amica abbia paura le infonde uno strano coraggio; almeno una delle due deve essere forte ora, per poter sostenere l’altra.
  Ige si affaccia sollevando un lembo della stoffa rossa. Indica Efia; sarà lei la prima. Efia si avvicina alle tende, vi entra e scompare nella penombra all’interno. Zakiya rimane sola fuori della tenda. Alle sue spalle c’è tutto il villaggio.
  Per un po’ dalla tenda non viene nessun rumore. Poi si sente qualcosa. E’ Efia. Un pianto trattenuto, ma sempre più forte, più straziante. All’improvviso un urlo. Un urlo di morte; lungo e animalesco, senza freni. Zakiya non riesce a trattenere le lacrime; sa che Efia ha disonorato la sua famiglia.
  Non resiste; scappa. Sente il villaggio muoversi dietro di lei; corre tra le tende, verso gli alberi. Poi un braccio appare da dietro una capanna e la getta a terra. E’ Kinah.
- Kinah, ti prego lasciami andare!
- Stupida! Non puoi fuggire dalla cerimonia.
  Le dà uno schiaffo in pieno volto e la guarda negli occhi. Poi le tende una mano e la aiuta ad alzarsi. Afferra la stoffa del vestito e la trascina verso la tenda. Mute lacrime scivolano sulle guance di Kinah; sono quelle lacrime a vincere ogni resistenza di Zakiya.
  Quando torna alla tenda non si sente più nessun rumore. Efia è ancora dentro. Per un bel po’ non succede nulla. Zakiya è ferma e aspetta. Poi la stoffa rossa si solleva. Escono Ige ed Efia. La ragazza è pallidissima eppure cammina. Barcolla accanto a Zakiya; sembra non riconoscerla.
Ige è rimasta sulla soglia; guarda Zakiya intensamente, poi rientra.

17 maggio 2011

Ferite dal silenzio - Parte Terza

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Zakiya siede all’aperto, nella polvere. Nella luce ambigua del crepuscolo i piccoli coni delle capanne sembrano tanti formicai. Questa notte ci sarà la luna piena. La vecchia Ige è già arrivata.
Manca poco alla cerimonia. Poche albe; poche notti. Potrà giocare ancora con Efia dopo? No, sarà una donna. Dovrà comportarsi come ci si aspetta da un’adulta.
Mene è nella capanna, le sta preparando il vestito per la cerimonia, un vestito da sposa. Dopo la cerimonia non sarà più la stessa, le hanno detto. I doni che le faranno saranno il suo patrimonio e lei se ne dovrà occupare.
Cosa starà facendo Efia? Forse dorme già. Anche lei dovrà indossare un vestito da sposa. Sfileranno tra le capanne e tutti le guarderanno. Per questo le loro madri ci tengono a cucire un bel vestito.
Sarà vero che Ige parla con gli spiriti? Questa sera la hanno aiutata a costruire la capanna che si è portata. Una capanna tutta di stoffa rossa. Tenda, ha detto che si chiama. Sarà lì che si terrà la cerimonia; quindi deve essere una capanna speciale.
Zakiya ha sempre timore della cerimonia. Non riesce a togliersi dalla mente quello che le ha detto sua sorella Kinah. Ma ha imparato a convivere con la paura, è diventata parte delle sue giornate. La cerimonia non si può evitare, l’ha dovuta accettare per forza.
Una lucertola le si avvicina; le passa tra le gambe. Zakiya la vede, potrebbe catturarla. Ma la lascia andare, e la lucertola si allontana nella polvere, sotto lo sguardo inerte di Zakiya.
Sono i suoi ultimi momenti da bambina, ma lei ancora non lo sa.

In un ristorantino in Rue des Pyrènèes c’è una donna che piange davanti a un piatto di lapin à la moutarde. Non è sola. Racconta qualcosa all’amica che è con lei, qualcosa che, dai tavoli vicini, tutti tentano di origliare.
- L’ha ucciso! E’ pazzo, è pazzo!
- Ma come fai a sapere che è stato lui?
- E chi altro, Odette? Come ho fatto a essere così stupida! Dovevo cambiare la serratura il giorno stesso in cui mi ha bucato le gomme. Invece no. L’ho cambiata oggi, dopo due settimane. Doveva succedere questo! Che stupida, lo sapevo che lui aveva le chiavi. E’ colpa mia se Théo non c’è più.
- Assolutamente no. Questo non lo devi pensare, Anne-Sophie. E’ lui che è malato, deve andare da uno psichiatra. Anzi bisogna rinchiuderlo, è pericoloso.
- Sì, hai ragione. Bisogna rinchiuderlo. Non ci posso pensare, continuo a rivederlo lì il mio povero Théo. Sembrava che dormisse...
- Aspetta, vediamo se ho capito. Quando sei uscita era tutto normale no? E nemmeno a lavoro è successo nulla di strano?
- Ma sì, ma sì! Théo era anche venuto a svegliarmi. Stava bene.
- Quando sei tornata stava sul divano. E vicino c’era quella lettera.
- Era tutto bagnato. L’ha affogato quel mostro! Mon petit; era ancora un cucciolo.
- E che diceva la lettera? Te lo ricordi?
- Sì, diceva...qualcosa come: “Ora sai cosa si prova ad avere bisogno di qualcuno”
- Mon Dieu... Devi fare qualcosa, farti aiutare.
- Lo so. Andrò a stare dai miei per un po’, a Champeaux. La campagna mi farà bene.
- Sì penso anch’io.

Laleh è distesa sul letto. Feroz si sta rivestendo in fretta. E’ quasi buio, Amir sta per tornare dal lavoro. Rischiano tanto, troppo. Feroz se ne deve andare subito.
Scende dal letto per salutarlo. Si avvicinano per l’ultimo abbraccio di quella sera. Un rumore li blocca. E’ il motore di una macchina. Si avvicina, cresce di intensità e poi si ferma. La macchina si è fermata lì davanti. E’ Amir!
Non c’è tempo di parlare. Feroz esce dalla stanza e corre giù per le scale. Esce dalla porta di servizio, ma Amir ormai è fuori della macchina. Lo vede.
- Hei tu, fermati! Chi sei?
- ...
Feroz corre via nella penombra. Laleh, pietrificata, guarda tutto dalla finestra. Amir alza lo sguardo e i loro occhi si incontrano. Inizia a vestirsi. In fretta! Sente i passi del marito nell’ingresso, li sente per le scale. Non farà in tempo, è vestita a metà. Amir apre la porta della camera da letto.
- Chi era quello in casa nostra? E che ci fai così svestita?
  Laleh non sa che dire, non esistono scuse. Rimane a bocca aperta, gli occhi spalancati. Scoperta.
- Laleh, pazza! Cosa hai fatto?
- Io... Io..
- Chi era quello? Dimmelo! La deve pagare!
- Lui... lui non c’entra! Sono io.
- Eccome se c’entra. E tu, troia, ci hai disonorati!
 Amir le dà uno schiaffo. Laleh piange. Un altro, un altro ancora. Anche Amir piange. Di rabbia forse, di dolore? Prende un bastone. Laleh urla. Ha paura. La colpisce col bastone, più volte. Lei cade a terra. Ha del sangue tra i capelli. Ancora un colpo; poi sviene.


...continua



13 maggio 2011

CSI m.d. Lost In Wisteria Lane - parte seconda

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TITOLI DI TESTA.
La testa di un manichino che morde una mela mettendo in bella mostra l’apparecchio azzurro per i denti arriva dal fondo dello schermo nero vorticando con un lievissimo ralenty, sulle note di una canzone a caso degli Who.

Grazie al canale preferenziale che la polizia è stata costretta ad aprire per non intasare le linee convenzionali con le numerose e frequentissime chiamate provenienti da Wisteria Lane (e alla cui gestione sono solitamente piazzati i novellini o gli outsider antipatici ai capi), in poco meno di mezz’ora Edie è stata già trasportata all’ospedale più vicino e ricoverata nell’unica stanza disponibile – in realtà l’unica stanza tout-court, non se ne sono mai viste altre – e la sua villetta è stata isolata dal nastro giallo della scientifica, accorsa sul posto perché il Turno di Notte accorre su qualunque caso, anche quando è pieno giorno e la scientifica non c’entrerebbe un piffero. 
Le amiche circondano Bree nel vano tentativo di consolarla, ma nulla può fermare i composti singhiozzi della donna: - Quel… Quell… sigh!... quell’orribile orso… sniff!... stava sporcando tutto il pavimento! 
- Sendo t, chci fanoso biadqst pti? – chiede (ma doppiato l’effetto si perde, mentre in lingua originale il giovane mascelluto dà il meglio del suo favoloso accento texano) il bell’agente della scientifica al politicamente corretto collega di colore. 
- Non lo so, amico, davvero non lo so. Non si sono mai visti, orsi bianchi, da queste parti. 
Preceduto da Billy, il suo scarafagetto da compagnia, e con il viso atteggiato alla più totale assenza di espressioni umane,

10 maggio 2011

Ferite dal silenzio - Parte Seconda

Zakiya è andata a caccia di lucertole con Efia. Hanno corso tutta la mattina tra gli alberi e non ne hanno presa nemmeno una. Sfinite, tornano a casa; ma hanno ancora la forza di ricorrersi tra loro.
  Milumbe, un’anziana del villaggio, le ferma.
- Efia, Zakia! Dove siete state?
- A caccia di lucertole.
- Ancora con questi giochi da ragazzine? Non lo sapete che tra poco sarete delle al-‘arusa?
- ...
- Le vostre madri si stanno mettendo d’accordo proprio adesso. Forse farete la cerimonia nello stesso giorno. Siete contente?
  Le due ragazze si guardano. No, non sono contente; hanno paura. Ma farla insieme è sempre meglio che da sole.
- Andate adesso. Vi stanno cercando.
  Zakiya e Efia trotterellano verso il centro del villaggio. Le loro madri stanno ancora discutendo, sedute nella polvere una davanti all’altra. Per non disturbare si mettono sedute all’ombra di un albero poco distante.
- Zakiya
- Eh
- Hai paura della cerimonia?
- Sì, e tu?
- Anche io. Cosa ci faranno?
- Mia sorella mi ha raccontato qualcosa. Ha detto che ti fanno una grande ferita tra le gambe ed esce tanto sangue. Poi ti toccano con un ferro bollente e quella è la cosa che fa più male. Alla fine ti ricuciono.
- Io non la voglio fare. Non mi importa se nessuno mi vorrà sposare.
- Mia madre ha detto che tutte le donne del villaggio lo hanno fatto. Anche noi lo dobbiamo fare, è la regola.
- Almeno staremo insieme, almeno questo.
- Sì, e poi ci faranno dei doni bellissimi se saremo coraggiose.
- Mia madre ha detto che non bisogna parlare durante la cerimonia. Dovremo rimanere mute come pesci se non vogliamo disonorare le nostre famiglie.
  Una lucertola passa tra le gambe di Efia. Lei se ne accorge e abbassa la mano per prenderla, ma la lucertola è più veloce. Le due ragazze corrono dietro alla lucertola sollevando piccole nuvole di polvere. Nel frattempo le loro madri si accordano sui preparativi per la cerimonia dell’infibulazione.
  
Anne-Sophie torna a casa dal lavoro, stremata. E’ piovuto tutto il giorno. Ogni tanto sembra che a Parigi ci sia la stagione dei monsoni. Ha i vestiti completamente zuppi. Si spoglia, si mette qualcosa di asciutto e si prepara un tè.
  Mette la teiera sul fornello e attiva la segreteria telefonica. Dodici messaggi.
“Come stai Cherie? Sono ancora io. Possiamo vederci stasera? Non ce la faccio a stare senza di te. Ti prego, torna da me, stavamo così bene. Perché non hai voluto più? Io non ce la faccio. Devi tornare, altrimenti divento pazzo!”
  Sempre la solita storia. Non è possibile; dodici messaggi di Damien. Forse è il caso di cambiare numero di telefono. Ne sente ancora qualcuno mentre aspetta che l’acqua bolla.
“Mon Amour, perché mi fa questo? Io sto male davvero! Ti penso sempre. Sempre! Non mi puoi lasciare così, perché io non ti lascio andare. Chiamami quando torni. Impazzisco così, e non so di cosa sono capace. Chiamami. E’ meglio anche per te.”
  Quell’ultimo messaggio non è come gli altri. E’ più “cattivo”. C’è qualcosa in quel “E’ meglio anche per te” che le mette paura. Non è da Damien. Ma il pensiero le passa subito; l’acqua bolle.
  La mattina del giorno seguente Anne-Sophie si è completamente dimenticata dello strano messaggio di Damien. Si veste per andare a lavoro, prende un caffè di corsa e scende le scale. Nemmeno una lettera. Finalmente! Damien ha gettato la spugna.
  Arriva alla macchina e rimane pietrificata. Tutte e quattro le gomme sono a terra e sulla vernice blu della carrozzeria c’è incisa una scritta:
J’AI BESOIN DE TOI
Ho bisogno di te. La situazione è più grave di quanto pensasse. Sa bene chi è stato, e capisce il preoccupante significato di quel messaggio in segreteria. Deve andare a lavoro con l’autobus. Le sembra così irreale. Ma perché va al lavoro? E’ in pericolo deve andare via, denunciare quel pazzo. Ma non le sembra la cosa adatta, farebbe la figura della paranoica. Non può andare dalla polizia a dire che il suo ex le ha bucato le gomme. La polizia avrà ben altro a cui pensare.

 Che caldo anche oggi; quasi stordisce se si rimane al sole. Laleh deve fare appello a tutta la sua forza di volontà per andare a comprare il pane. Le strade sono affollate nel piccolo centro, c’è fila nel forno.
  Finalmente il suo turno. Kaveh la saluta; c’è lui a servire oggi. Il padre sta male, o almeno così le ha detto Amir. Prende quello che le serve, paga ed esce. Non ha voglia di fermasi a chiacchierare; con tutta quella gente e quel caldo. Si soffoca.
  Non ha la forza di fare a spintoni per le strade del centro, e mancano ancora molte ore prima che Amir torni a casa. Decide di tornare passando per la parte esterna del paese.
  Sembrava una buona idea all’inizio. Le strade sono deserte ed emanano un calore incredibile. Cammina a fatica tra le case di pietra bollente che stritolano i vicoli. E’ quasi fuori del paese, tanto si è allontanata dal centro. Forse si è persa.
  Sente dei passi alle sue spalle. Continua a camminare e tenta di affrettarsi. I passi si avvicinano. Si volta ma non vede nessuno. Potrebbero venire da uno qualunque di quei vicoli, non c’è motivo di aver paura.
  I passi però sembrano venirle dietro, non diminuiscono di intensità; cercano lei! Ormai è un po’ che la strada non fa curve, se si volta vedrà chi la segue. Allo stesso tempo però mostrerà di essere spaventata. Ma sicuramente non c’è nessun motivo di esserlo. Si volta con tutta la naturalezza di cui è capace con quel caldo e con quel velo insopportabile. Feroz!
  Si volta di scatto. Non era pronta a vederlo. Non si ferma, non lo saluta. Lui la segue ancora e non la chiama, nemmeno lui la saluta. Non sa che fare, la situazione è troppo strana. Le gira la testa con quel caldo. Ormai sono usciti dal paese, non c’è un’anima a parte loro due. Esce dalla strada, cammina sulla terra secca e sassosa, è sempre più faticoso. Lui le viene sempre dietro. Il caldo è troppo, troppo. La testa le fa male. Il paese è lontano. Il terreno le viene addosso. E’ buio.
- Laleh! Sveglia Laleh, parlami!
  Laleh rinviene. E’ seduta a terra, la schiena appoggiata a un muretto di pietre. Feroz la chiama; le sta davanti. Le ha tolto il velo e le ha aperto la veste per farla respirare.
- Ma che hai fatto! Dammi il velo!
- Ah meno male, non ti svegliavi più.
- Perché mi hai tolto il velo? Tuo padre non ti ha insegnato l’educazione?
- Eri svenuta e avevi bisogno d’aria.
- Ah... beh ... grazie allora.
- E poi sono passati tanti anni da quando mio padre mi diceva come comportarmi.
  C’è tanta malizia nella sua voce. La fissa con quegli occhi, come se volesse qualcosa da lei. Qualcosa che non si può chiedere, qualcosa a cui non si può acconsentire.
  Si avvicina a Laleh. Si avvicina sempre più, non si ferma. Laleh non oppone resistenza. E’ come un morbido fuoco; un bacio lungo e tanto lungamente atteso.
  Non riescono a fermarsi. Si stringono in una morsa che non riescono a sciogliere. Non devono, non adesso, non lì, dove chiunque potrebbe vederli.
  Ma sono fortunati. Non c’è nessuno; il paese è lontano e non verranno denunciati. Giacciono all’ombra del muretto, sfiniti.
- Cosa abbiamo fatto! E se ci hanno visti?
- Nessuno ci ha visti, siamo soli.
- Tu sei un uomo, anzi, sei solo un ragazzo. E’ più facile per te. Ma sai cosa mi potrebbe succedere, sai cosa mi faranno?
- Non permetterò che ti facciano nulla.
- ...
- Devo vederti ancora. Non posso stare senza te.
- Tu vuoi vedermi morta.
- Come puoi dire una cosa simile. Io ho bisogno di te. Domani!
- No, ti prego. Non sai quello che dici.
- Domani sera verrò da te. Anzi vediamoci qui.
- No... Domani... E’ troppo rischioso... Tra una settimana, vieni da me tra una settimana, tre ore prima che tramonti il sole.




...continua



5 maggio 2011

I giovani sono il nostro futuro.

Questo racconto è stato scritto da uno studente delle superiori per un concorso scolastico. Siamo rimasti colpiti dalla lucidità con cui un ragazzo giovane è stato in grado di guardare all'altro sesso e dal coraggio (ché a quell'età tale è) avuto nello scrivere in prima persona. Lo pubblicheremo a puntate, non solo perché è qualitativamente di buon livello, ma soprattutto per ricordare a tutti noi che c'è speranza persino da queste parti. 

FERITE DEL SILENZIO - Parte Prima

  Nel bacino del Sobat, in Sudan, tramonta il sole. In un villaggio degli Shilluk si sentono ancora grida e passi di corsa.
Zakiya gioca con le altre bambine. La madre la guarda correre tra le capanne schiacciate dall’enorme cielo insanguinato.
  Mene sa che sua figlia è cresciuta. E’ tempo che si prepari a diventare una al-‘arusa.
  Efia torna verso la sua capanna. Zakiya è rimasta sola e non può più giocare. Mene è seduta nella polvere; ha un’espressione seria.
- Zakyia, vieni. Ascoltami.
- ...
- Sei grande oramai. Sei alta quanto tuo fratello Akin.
- Ma Akin è più piccolo di me.
- Lui però è un uomo. Ed è ora che tu diventi una donna.
- ...
- Ti ricordi della vecchia Ige? Sarà qui con la luna piena.
- Ci sarà la cerimonia? Come per Kinah?
- Sì. Anche tua sorella ha fatto la cerimonia. Anche io l’ho fatta. Tutte noi la dobbiamo fare.
- Anche io la devo fare?
- Farai la cerimonia dopo la luna piena.
- Ma io non la voglio fare. Kinah è stata tanto male dopo.
- La devi fare. Nessun uomo ti vorrà se non la farai.
- Ma io ho paura.
- Devi essere forte. Solo così ti guadagnerai il rispetto del villaggio, e i doni più belli. E ora va’ a dormire.
- Va bene.
  
Dà da mangiare al gatto, poi mangia lei. Sparecchia e lava i piatti. Fuori tira vento; sente di aver accumulato nelle ossa tutto il freddo della giornata. Che piacere l’acqua calda sulle mani.
  Anne-Sophie è una donna sola. Sola da poco in realtà. E’ appena uscita da una storia lunga e complicata. L’ha voluta troncare lei. Damien era diventato possessivo, soffocante. Lui però non riesce a farsene una ragione; le manda mazzi di fiori a lavoro e a casa fasci di lettere. All’inizio erano queste piccole cose che le erano piaciute in lui.
  Si erano incontrati in un ristorante. A casa mancava la luce e il gas quella sera e Anne-Sophie era troppo stanca per chiamare gli amici, ma doveva mangiare fuori per forza. Era scesa e si era seduta nel primo ristorante che aveva incontrato.
  Non aveva mai immaginato che cenare da soli al ristorante potesse essere così deprimente. Le veniva naturale fissare davanti a sé; al tavolo di fronte c’era una coppietta insopportabilmente languida. Tentava di fissare il piatto, ma lo sguardo tornava sulla coppietta. Intrecciavano le mani, le dita si rincorrevano tra i tovaglioli. In uno slancio particolarmente romantico avevano tentato di darsi un bacio sorvolando secondi e contorni, ma la cravatta di lui si era tuffata nella salsa della bouillabaisse. Lei aveva tentato subito di pulirla con il tovagliolo.
Anne-Sophie non sapeva come trattenersi, non poteva ridere, erano vicinissimi. Qualcuno dietro di lei non si era fatto gli stessi scrupoli. Da un tavolo poco distante era esplosa una risata fragorosa. La coppietta aveva puntato quattro occhi pieni di odio sul ridanciano avventore ed era tornata a dedicarsi alla cravatta.

  Anne-Sophie si era girata per vedere chi fosse il coraggioso. Un uomo sui trent’anni, capelli neri, spalle larghe. Cenava da solo. Lui aveva notato il suo sguardo e le aveva sorriso, lei aveva ricambiato. La serata era andata avanti a sguardi furtivi, da entrambe le parti, finché lui non aveva preso l’iniziativa. Si era alzato ed era venuto a sedersi al tavolo di Anne-Sophie.
- Buonasera signorina. Ho visto che la rosa nel suo vaso era troppo sola; così ho portato la mia per tenerle compagnia. Le dispiace?
- No, prego. Sono sicura che alla mia rosa farà molto piacere
  Era stata una serata piacevolissima. Damien l’aveva accompagnata a casa; l’aveva conquistata. Avevano fatto coppia fissa per quattro anni.
  
E’ una mattina terribilmente calda nell’Iran centrale, il sole arroventa le pianure pietrose. Le acque del fiume Zindah esalano nuvole di vapore. L’altopiano di Esfahan è come un enorme forno.
  Amir è a lavoro. Laleh cucina da ore. Si concede un attimo di riposo e sbircia dalle fessure delle finestre oscurate. C’è un capannello di uomini sull’altro lato della strada.
  Riconosce Kurush, il figlio di Assim. Kaveh, il fornaio. E quello chi è? E’ Feroz, il figlio di Kasbar! E’ cresciuto, è un uomo fatto. Ha le spalle forti di suo padre. I capelli, scuri, folti, sono della madre.
  Ma che fa? Feroz guarda fisso verso la finestra di Laleh. L’ha vista? Laleh è spaventata, ma non riesce a distogliere lo sguardo. Quegli occhi neri, profondi, ipnotici. Gli altri uomini non sembrano notare nulla. Laleh si stacca dalla finestra con una spinta. Ha il respiro affannato. Le manca l’aria in quella casa. Sempre chiusa, sempre buia.
  Torna in cucina, deve finire di preparare il pranzo. Non riesce a concentrarsi; fa fatica a rimanere calma. Ha voglia di buttare tutto per terra, di uscire, di correre, correre lontano. Non può! Tra poco tornerà Amir, deve fare il suo dovere. Si concentra sulle pentole, nel calore soffocante della cucina, e tenta di non pensare più a quanto è accaduto.




...continua



25 aprile 2011

I racconti di Eva: storie di Resistenza

Una Eva di oggi : Sonia
L'Eva che scrive incontrò la politica a sedici anni, in terza superiore, grazie a una straordinaria prof. di Filosofia e a un paio di amiche inseparabili con le quali condivise i primi approcci verso il tema, le prime manifestazioni, le prime partecipazioni attive.Erano gli inizi degli anni '90, muri e certezze si erano già sgretolati, ma la scelta che ti si proponeva era ancora manichea e semplice: fascio o comunista (zecca, come si diceva da queste parti)? A quell'età, poi, le sfumature sono solo un concetto astratto, e noi non potemmo che rispondere "Rosse per sempre!".A quell'età, però, anche l'assenza di sonno è un concetto astratto e, per quanto ci sentissimo partecipi, responsabili, coinvolte nel mondo che ci circondava e che dovevamo assolutamente contribuire a migliorare, anche solo con un verso, rinunciare a una mattinata infossate sotto il piumone era ancora un sacrificio che non ci sentivamo preparate a compiere. Nemmeno il 25 aprile del 1994.

Mia madre e quella di A. avevano tuttavia una diversa opinione. Incontratesi tramite noi figlie, si erano scoperte piuttosto simili (ex sessantottine entrambe, ancora combattive e inarrestabili entrambe), avevano fatto amicizia e avevano deciso che il 25 aprile era una giornata di celebrazione e commemorazione, non di ciondolamenti casalinghi. Di conseguenza, nel 1994 tirarono giù dal letto, alle sette di mattina, me, A., sua sorella e suo padre e ci portarono tutti a visitare il museo storico della Liberazione a via Tasso. Luogo di prigionia per partigiani, resistenti e antifascisti, A. e io ci trovammo a dover correre fuori dalle minuscole celle senza finestre in preda a claustrofobia e ansia, con le lacrime agli occhi di fronte a un pane dove qualcuno aveva inciso la parola "mamma", inferocite davanti alla camicia insaguinata, a guardare orgogliose il sindaco Rutelli (erano altri tempi, ma proprio ALTRI tempi). Soprattutto ci eravamo ritrovate abbastanza insonnolite e irritabili di fronte al portone che avrebbe aperto di lì a un'ora ("Andiamo presto, sennò rischiamo di non entrare"), finché una signora non si avvicinò a chiedere qualche informazione. Era avanti con gli anni, indossava quei vestiti un po' anonimi che però in qualche modo fanno casa, aveva i capelli bianchi con la messa in piega freschissima.Rimase accanto al nostro gruppetto e sembrò piuttosto contenta di vedere delle famiglie che portavano i figli adolescenti nei luoghi storici. Poi ci raccontò la sua storia. Lei abitava proprio nel palazzo di fronte al carcere di Via Tasso e sentiva continuamente le grida degli uomini torturati lì dentro. Per questo a un certo punto si unì alla Resistenza. Ed era a via Rasella, quella mattina.